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Ripartiamo dalla nostra storia

Se qualcuno non lo avesse ancora capito le elezioni politiche del 4 marzo hanno decretato la fine del centro-sinistra così come pensato negli ultimi anni e hanno relegato il Partito Democratico ad un ruolo di secondo piano sullo scacchiere politico nazionale, schiacciato da un centro-destra compatto e da un importante successo del Movimento Cinque Stelle.

Il centro-sinistra che avevamo coltivato e proposto agli elettori in realtà di sinistra aveva poco e ha sancito solo uno degli ultimi fallimenti del progetto stesso della socialdemocrazia della terza via, quella di Blair e di Brown per intenderci.

Il nostro progetto è stato senz’altro neoliberista, abbiamo mantenuto qualche protezione per i lavoratori che l’hanno considerata largamente insufficiente. Il tutto in una fase della nostra democrazia in cui il sistema dei partiti tradizionali ha iniziato a mostrare tutti i suoi limiti e soprattutto in una fase in cui le condizioni di vita della maggioranza delle persone sono peggiorate.

Non abbiamo quindi saputo comprendere la rabbia della gente che ha pertanto trovato risposta nei messaggi semplici di chi non governava.

Oggi il Partito Democratico ritengo sia ad un bivio: continuare a perseguire le politiche con cui ci siamo presentati agli elettori oppure sposare una linea di vera sinistra socialdemocratica, partendo da principi semplici e fondamentali.

E allora ritorniamo ai principi di base e ai bisogni essenziali altrimenti rischiamo di scomparire dallo scacchiere politico: la destra sta col grande business e con le multinazionali, noi dobbiamo selezionare e favorire gli investimenti che porducono vero lavoro (e non delocalizzazione) e stiamo con i lavoratori che non sono solo i lavoratori subordinati ma anche le partite iva e quella “middle class” che sta scomparendo.

Oggi se vogliamo tornare a coltivare una politica vera, di sinistra, di consenso ma anche fieramente riformista, dobbiamo tornare a parlare di stipendi certi, di lavori sicuri, di assistenza sanitaria pubblica, di scuole e di pensioni certe per quando si invecchia. Il tutto con la consapevolezza che i tempi impongono sacrifici da parte di tutti e che gli schemi sindacali del passato non sono sostenibili ma devono prendere oggi vita da un lavoro comune di confronto leale e costruttivo.

Altro tema che dobbiamo percorrere con forza e perseveranza è quello dell’Europa. Siamo e dobbiamo restare convintamente europeisti ma dobbiamo lottare per una seria riforma dell’Unione Europea in cui la solidarietà tra le nazioni è il principio primo su cui fondare una vera unione politica del vecchio continente.

Insomma, se non lo avessimo ancora capito prima…volevamo sembrare meno di sinistra per accaparrarci voti non nostri, ci siamo riusciti solo nel 2014 con le elezioni europee ma è stato un fuoco di paglia e ci siamo dimenticati dei nostri veri temi e dei nostri veri elettori.

Essere riformisti e di sinistra ritengo che non sia una contraddizione…bisogna solo essere molto bravi e se vogliamo…sappiamo esserlo.

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